Il 10 giugno 1914, a Roma fu emanato il Decreto d'Introduzione di Causa ed ebbe così inizio il processo apostolico sulle virtù della Serva di Dio, conclusoci con il relativo Decreto da parte di Benedetto XV. La solenne beatificazione della Venerabile Teresa fu celebrato il 29 aprile del 1923, mentre la canonizzazione della Beata Teresa di Gesù Bambino avvenne il 17 maggio 1925, celebrato dal papa Pio XI. Quest'ultimo celebrò anche la proclamazione di Santa Teresa come Patrona principale di tutte le Missioni cattoliche, insieme a san Francesco Saverio. Infine il 19 ottobre 1997, Giovanni Paolo II l'ha proclamata Dottore della Chiesa. Di seguito riportiamo alcuni discorsi di autorevoli personalità, quali Giovanni Paolo II e il cardinal Sodano. |
| Papa Giovanni Paolo II | ||
| Cardinale Angelo Sodano | ||
1. "Cammineranno i popoli alla tua luce" ( Is 60,3). Nelle parole del profeta Isaia già risuona, come fervida attesa e luminosa speranza, l'eco dell'Epifania. Proprio il collegamento con questa solennità ci permette di meglio percepire il carattere missionario dell'odierna domenica. La profezia di Isaia, infatti, allarga all'intera umanità la prospettiva della salvezza, e in tal modo anticipa il gesto profetico dei Magi dell'Oriente che, recandosi ad adorare il Bimbo divino nato a Betlemme (cfr Mt 2, 1- 12), annunciano ed inaugurano l'adesione dei popoli al messaggio di Cristo. Tutti gli uomini sono chiamati ad accogliere nella fede il Vangelo che salva. A tutti i popoli, a tutte le terre e le culture, la Chiesa è inviata: "Andate... e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28, 19-20). Queste parole, pronunciate da Cristo prima di salire al cielo, unitamente alla promessa fatta agli Apostoli ed ai successori di essere con loro sino alla fine del mondo (cfr Mt 28,20), costituiscono l'essenza del mandato missionario: nella persona dei suoi ministri è Cristo stesso ad andare ad gentes , verso quanti non hanno ancora ricevuto l'annuncio della fede. 2. Teresa Martin, Carmelitana scalza di Lisieux, desiderava ardentemente di essere missionaria. E lo è stata, al punto da poter essere proclamata Patrona delle Missioni. Gesù stesso le mostrò in quale modo avrebbe potuto vivere tale vocazione: praticando in pienezza il comandamento dell'amore, si sarebbe immersa nel cuore stesso della missione della Chiesa, sostenendo con la forza misteriosa della preghiera e della comunione gli annunciatori del Vangelo. Ella realizzava così quanto è sottolineato dal Concilio Vaticano II, allorché insegna che la Chiesa è, per sua natura, missionaria (cfr Ad gentes , 2). Non solo coloro che scelgono la vita missionaria, ma tutti i battezzati, sono in qualche modo inviati ad gentes . Per questo ho voluto scegliere l'odierna domenica missionaria per proclamare Dottore della Chiesa universale Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo: una donna, una giovane, una contemplativa. 3. A nessuno sfugge, pertanto, che oggi si sta realizzando qualcosa di sorprendente. Santa Teresa di Lisieux non ha potuto frequentare una Università e neppure studi sistematici. Morì in giovane età: e tuttavia da oggi in poi sarà onorata come Dottore della Chiesa, qualificato riconoscimento che la innalza nella considerazione dell'intera comunità cristiana ben al di là di quanto possa farlo un "titolo accademico". Quando, infatti, il Magistero proclama qualcuno Dottore della Chiesa, intende segnalare a tutti i fedeli, e in modo speciale a quanti rendono nella Chiesa il fondamentale servizio della predicazione o svolgono il delicato compito della ricerca e dell'insegnamento teologico, che la dottrina professata e proclamata da una certa persona può essere un punto di riferimento, non solo perché conforme alla verità rivelata, ma anche perché porta nuova luce sui misteri della fede, una più profonda comprensione del mistero di Cristo. Il Concilio ci ha ricordato che, sotto l'assistenza dello Spirito Santo, cresce continuamente nella Chiesa la comprensione del "depositum fidei", e a tale processo di crescita contribuisce non solo lo studio ricco di contemplazione cui sono chiamati i teologi, né solo il Magistero dei Pastori, dotati del "carisma certo di verità", ma anche quella "profonda intelligenza delle cose spirituali" che è data per via di esperienza, con ricchezza e diversità di doni, a quanti si lasciano guidare docilmente dallo Spirito di Dio (cfr Dei Verbum , 8). La Lumen gentium , da parte sua, insegna che nei Santi "Dio stesso ci parla" (n. 50) E' per questo che, al fine dell'approfondimento dei divini misteri, che rimangono sempre più grandi dei nostri pensieri, va attribuito speciale valore all'esperienza spirituale dei Santi, e non a caso la Chiesa sceglie unicamente tra essi quanti intende insignire del titolo di "Dottore". 4. Tra i "Dottori della Chiesa" Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo è la più giovane, ma il suo cammino spirituale è così maturo ed ardito, le intuizioni di fede presenti nei suoi scritti sono così vaste e profonde, da meritarle un posto tra i grandi maestri dello spirito. Nella Lettera Apostolica che ho approntato per l'occasione ho additato alcuni aspetti salienti della sua dottrina. Ma come non ricordare, in questo momento, quello che se ne può considerare il vertice, alla luce del racconto dell'emozionante scoperta che ella fece della propria particolare vocazione nella Chiesa? " La Carità - ella scrive - mi diede la chiave della mia vocazione. Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un cuore e che questo cuore era acceso d'Amore. Capii che solo l'Amore faceva agire le membra della Chiesa: che se l'Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue... Capii che l'Amore racchiudeva tutte le vocazioni [...] Allora, nell'eccesso della mia gioia delirante ho esclamato: O Gesù mio Amore... la mia vocazione l'ho trovata finalmente! La mia vocazione è l'Amore" (Ms B, 3v·, in Opere complete, p. 223). E' una pagina stupenda, che basta da sola ad illustrare quanto si possa applicare a Santa Teresa la pagina evangelica che abbiamo ascoltato nella Liturgia della Parola: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11, 25). 5. Teresa di Lisieux non solo intuì e descrisse la profonda verità dell'Amore quale centro e cuore della Chiesa, ma la visse intensamente nella sua pur breve esistenza. Proprio questa convergenza tra dottrina ed esperienza concreta, tra verità e vita, tra insegnamento e prassi, risplende con particolare evidenza in questa Santa, rendendola un modello avvincente specialmente per i giovani e per quanti sono alla ricerca del senso autentico da dare all'esistenza. Di fronte al vuoto di tante parole, Teresa indica come alternativa l'unica Parola di salvezza che, compresa e vissuta nel silenzio, diventa sorgente di vita rinnovata. Ad una cultura razionalistica e troppo spesso permeata di materialismo pratico, ella contrappone con semplicità disarmante la "piccola via" che, rifacendosi all'essenziale delle cose, conduce al segreto di ogni esistenza: la divina Carità che avvolge e permea ogni umana vicenda. In un'epoca, come la nostra, segnata in tanti suoi aspetti dalla cultura dell'effimero e dell'edonismo, questo nuovo Dottore della Chiesa appare dotato di singolare efficacia nell'illuminare la mente ed il cuore di chi è assetato di verità e di amore. 6. Santa Teresa è presentata come Dottore della Chiesa nel giorno in cui celebriamo la Giornata Missionaria Mondiale. Ella nutrì un desiderio ardente di dedicarsi all'annuncio del Vangelo e avrebbe voluto coronare la propria testimonianza col supremo sacrificio del martirio (cfr Ms B, 3r·, in Opere complete, p. 222). E' nota, inoltre, l'intensa partecipazione personale con cui sostenne il lavoro apostolico dei Padri Maurice Bellière ed Adolphe Roulland, missionari rispettivamente in Africa ed in Cina. In questo slancio di amore per l'evangelizzazione Teresa aveva un solo ideale, come lei stessa afferma: "Quel che gli chiediamo è di lavorare per la sua gloria, è di amarlo e di farlo amare" (Lettera 220, in Opere complete, 559). La strada da lei percorsa per raggiungere questo ideale di vita non è quella delle grandi imprese riservate a pochi, ma è invece una via alla portata di tutti, la "piccola via", strada della confidenza e del totale affidamento alla grazia del Signore. Non è via da banalizzare, come se fosse meno impegnativa. Essa è in realtà esigente, come lo è sempre il Vangelo. Ma è via permeata di quel senso di fiducioso abbandono alla divina misericordia, che rende leggero anche il più arduo impegno dello spirito. Per questa sua via, in cui tutto è sentito come "grazia", per la centralità che assume in lei il rapporto con Cristo e la scelta dell'amore, per lo spazio che ella dà anche agli affetti e ai sentimenti nel cammino spirituale, Teresa di Lisieux è una santa che resta giovane, nonostante il passare degli anni, e si propone come singolare modello e guida nel cammino cristiano per questo nostro tempo che si affaccia sul terzo millennio. 7. Grande è perciò la gioia della Chiesa, in questa giornata che corona le attese e le preghiere di tanti che hanno intuito, con la richiesta del Dottorato, questo speciale dono di Dio e ne hanno favorito il riconoscimento e l'accoglienza. Desideriamo renderne grazie al Signore tutti insieme, e particolarmente con i professori e gli studenti delle Università ecclesiastiche romane, che proprio in questi giorni hanno iniziato il nuovo Anno Accademico. Sì, o Padre, ti benediciamo, insieme con Gesù (cfr Mt 11,25), perché hai nascosto i tuoi segreti "ai sapienti e agli intelligenti", e li hai rivelati a questa "piccola", che oggi nuovamente proponi alla nostra attenzione e alla nostra imitazione. Grazie per la sapienza che le hai donato, facendone per tutta la Chiesa una singolare testimone e maestra di vita! Grazie per l'amore che hai riversato in lei, e che continua ad illuminare e riscaldare i cuori, spingendoli alla santità! Il desiderio che Teresa espresse di "passare il suo Cielo a far del bene sulla terra" (Opere Complete, p. 1050), continua a compiersi in modo meraviglioso. Grazie, o Padre, perché oggi a nuovo titolo ce la rendi vicina, a lode e gloria del tuo nome nei secoli. Amen! |
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1. Sono molto felice che mi sia dato di venire a Lisieux in occasione della mia visita nella capitale della Francia. Sono qui in pellegrinaggio con voi tutti cari fratelli e sorelle, che siete venuti da diverse regioni della Francia anche voi presso colei che amiamo tanto, la “piccola Teresa”, la cui via verso la santità è strettamente legata al Carmelo di Lisieux. Se le persone esperte nell'ascetica e nella mistica e coloro che amano i santi, hanno preso l'abitudine di chiamare questa via di suor Teresa del Bambino Gesù “la piccola via” è senz'altro fuor di dubbio che lo Spirito di Dio, che l'ha guidata su questa via, l'ha fatto con quella stessa generosità con cui ha guidato altrimenti la sua patrona la “grande Teresa” d'Avila e con la quale ha guidato - e continua a guidare - tanti altri santi nella sua Chiesa. A lui sia dunque resa gloria eternamente! La Chiesa gioisce di questa meravigliosa ricchezza di doni spiritual, così splendidi e così vari, come sono tutte le opere di Dio nell'universo visibile e invisibile. Ciascuna di esse riflette allo stesso tempo il mistero interiore dell'uomo e corrisponde ai bisogni del tempo nella storia della Chiesa e dell'umanità. Bisogna dire di santa Teresa di Lisieux che, fino ad un'epoca recente, è stata in effetti la nostra santa “contemporanea”. È così che io la vedo personalmente, nel quadro della mia vita. Ma è ancora la santa “contemporanea”? Non ha cessato di esserlo per la generazione che giunge ora a maturità nella Chiesa? Bisognerebbe domandarlo agli uomini di questa generazione. Che mi sia tuttavia permesso notare che i santi non invecchiano praticamente mai, che essi non cadono mai in “proscrizione”. Essi restano continuamente i testimoni della giovinezza della Chiesa. Essi non diventano mai personaggi del passato, uomini e donne di “ieri”. Al contrario: essi sono sempre gli uomini e le donne di “domani”, gli uomini dell'avvenire evangelico dell'uomo e della Chiesa, i testimoni “del mondo futuro”. 2. “Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”” (Rm 8,14-15). Sarebbe forse difficile trovare parole più sintetiche e nello stesso tempo più incisive per caratterizzare il carisma particolare di Teresa Martin, vale a dire ciò che costituisce il dono tutto speciale del suo cuore, e che è diventato, mediante il suo cuore, un dono particolare per la Chiesa. Il dono meraviglioso nella sua semplicità, universale e nello stesso tempo unico. Di Teresa di Lisieux, si può dire con convinzione, che lo Spirito di Dio ha permesso al suo cuore di rivelare direttamente, agli uomini del nostro tempo, il mistero fondamentale, la realtà del Vangelo: il fatto di aver ricevuto realmente “uno spirito da figli adottivi che ci fa gridare: Abbà! Padre!” La “piccola via” è la via della “santa infanzia”. In questa via c'è qualche cosa di unico, il genio di santa Teresa di Lisieux. C'è nello stesso tempo la conferma e il rinnovamento della verità più fondamentale e più universale. Quale verità del messaggio evangelico è infatti più fondamentale e più universale di questa: Dio è nostro Padre e noi siamo suoi figli? Questa verità, la più universale che esista, questa realtà è stata “letta” di nuovo con la fede, la speranza e l'amore di Teresa di Lisieux. Essa è stata in un certo senso riscoperta con l'esperienza interiore del suo cuore e con la forma presa da tutta la sua vita, durata solo ventiquattro anni. Quand'ella morì qui al Carmelo, vittima della tubercolosi di cui portava già da lungo tempo i bacilli, era quasi una bambina. Ella ha lasciato il ricordo dell'infanzia: della santa infanzia. E tutta la sua spiritualità ha confermato ancora una volta la verità di quelle parole dell'apostolo: “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi...”. Sì. Teresa fu figlia. Fu la figlia “confidente” fino all'eroismo e di conseguenza “libera” fino all'eroismo. Ma è proprio perché lo fu fino all'eroismo che ella sola ha conosciuto il sapore interiore ed anche il prezzo interiore di quella fiducia che impedisce di “ricadere nella paura”: di quella fiducia che anche nelle oscurità e nelle sofferenze più profonde dell'anima, permette di gridare: “Abbà! Padre!”. Sì, ella ha conosciuto questo sapore e questo prezzo. Per chi legge attentamente la sua “Storia di un'anima”, è evidente che questo sapore della confidenza filiale, proviene, come il profumo delle rose dal fiore che porta anche spine. Infatti se “siamo figli, siamo anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo, dal momento che soffriamo con Lui per essere con Lui glorificati” (Rm 8,17). È precisamente per questo che la fiducia filiale della piccola Teresa, santa Teresa del Bambin Gesù ma anche “del Volto Santo”, e così “eroica” perché essa proviene dalla fervida comunione con le sofferenze di Cristo. E quando vedo davanti a me tanti malati e infermi penso che anch'essi come Teresa di Lisieux sono associati alla passione di Cristo e che, grazie alla loro fede nell'amore di Dio, grazie al loro proprio amore, la loro offerta spirituale ottiene misteriosamente per la Chiesa, per tutte le altre membra del corpo mistico di Cristo, un accrescimento di vigore. Che essi non dimentichino mai questa bella frase di santa Teresa: “Nel cuore della Chiesa mia Madre, io sarò l'amore”. Prego Dio di dare a ciascuno di questi amici sofferenti che amo con un affetto tutto speciale, il conforto e la speranza. 3. Aver confidenza con Dio come Teresa di Lisieux significa seguire la “piccola via” dove ci guida lo Spirito di Dio: egli guida sempre verso la grandezza di cui partecipano i figli e le figlie di adozione divina. Ancora fanciullo, fanciullo di dodici anni, il Figlio di Dio ha dichiarato che la sua vocazione era di occuparsi delle cose di suo Padre (cf. Lc 2,49). Essere fanciulli, diventare come fanciulli, significa entrare nel centro stesso della più grande missione alla quale l'uomo è stato chiamato da Cristo, una missione che attraversa il cuore stesso dell'uomo. Teresa lo sapeva perfettamente. Questa missione trae la sua origine dall'amore eterno del Padre. Il Figlio di Dio come uomo, in una maniera visibile e “storica” e lo Spirito Santo in modo invisibile e “carismatico” la compiono nella storia dell'umanità. Quando, al momento di lasciare il mondo, Cristo dice agli apostoli: “Andate nel mondo intero, insegnate il Vangelo a tutte le creature” (Mc 16,15) egli li inserisce, con la forza del suo mistero pasquale, nella grande corrente della missione eterna. A partire dal momento in cui li ha lasciati per andare al Padre, egli comincia a venire “di nuovo nella potenza dello Spirito Santo” che il Padre invia in suo nome. Più profondamente che tutte le verità sulla Chiesa, questa verità è stata messa in rilievo nella coscienza della nostra generazione dal Concilio Vaticano II. Grazie ad esso, noi tutti abbiamo molto meglio compreso che la Chiesa è costantemente “in stato di missione” vale a dire che tutta la Chiesa è missionaria. E abbiamo ugualmente meglio compreso questo mistero particolare del cuore della piccola Teresa di Lisieux, la quale, attraverso la sua “piccola via” è stata chiamata a partecipare così pienamente e così fruttuosamente alla missione più elevata. È proprio questo “essere piccola” che ella amava tanto, la piccolezza del bambino che le ha ampiamente aperto la grandezza della missione divina di salvezza che è la missione incessante della Chiesa. Qui, nel suo Carmelo, nella clausura del convento di Lisieux, Teresa si è sentita specialmente unita a tutte le missioni e ai missionari della Chiesa nel mondo intero. Ella stessa si è sentita missionaria, presente, per la forza e la grazia particolari dello Spirito d'amore, in tutti i luoghi di missione, vicina a tutti i missionari, uomini e donne, nel mondo. Ella è stata proclamata dalla Chiesa la patrona delle missioni, come san Francesco Saverio, che viaggiò incessantemente in estremo oriente: sì, ella, la piccola Teresa di Lisieux, chiusa nella clausura carmelitana, apparentemente distaccata dal mondo. Sono felice di essere venuto qui poco tempo dopo la mia visita nel continente africano, e, di fronte a questa ammirabile “missionaria” offrire al Padre della verità e dell'amore eterno tutto ciò che, nella potenza del Figlio e dello Spirito Santo, è già divenuto frutto del lavoro missionario della Chiesa fra gli uomini e i popoli del continente nero. Vorrei nello stesso tempo, se mi posso così esprimere, farmi prestare da Teresa di Lisieux lo sguardo perspicace della sua fede, la sua semplicità e la sua fiducia, in una parola la “piccolezza” giovanile del suo cuore, per proclamare davanti a tutta la Chiesa come la messe è abbondante e per domandare, come lei, al padrone della messe d'inviare, con una generosità più grande ancora, operai nella sua messe (cf. Mt 9,37-38). Che egli li invii malgrado tutti gli ostacoli e tutte le difficoltà che egli incontra nel cuore dell'uomo, nella storia dell'uomo. In Africa ho spesso pensato: quale fede, quale energia spirituale avevano i missionari del secolo scorso o della prima metà di questo secolo, e tutti quegli istituti missionari che sono stati fondati, per partire senza esitare verso paesi allora sconosciuti, con il solo scopo di far conoscere il Vangelo, di far nascere la Chiesa! Essi vi scorgevano, con ragione, un'opera indispensabile alla salvezza. Senza la loro audacia, senza la loro santità, le Chiese locali di cui abbiamo celebrato il centenario e che sono ormai guidate per lo più da Vescovi africani, non sarebbero mai esistite. Cari fratelli e sorelle, non perdiamo questo slancio! Ma so che non lo volete perdere. Saluto fra voi gli anziani Vescovi missionari testimoni dello zelo di cui ho parlato. La Francia ha ancora molti missionari nel mondo, sacerdoti, religiosi, religiose e laici e certi istituti si sono aperti alla vita missionaria. Vedo qui i membri del capitolo delle Missioni Estere di Parigi e ricordo il beato Teofano Venard, il cui martirio in estremo oriente fu una luce e un richiamo per Teresa. Penso anche a tutti i sacerdoti francesi che consacrano almeno qualche anno al servizio delle giovani Chiese, nel quadro della “Fidei Donum”. Oggi si comprende meglio la necessità di uno scambio fraterno fra le giovani e le vecchie Chiese a reciproco beneficio. So per esempio che le pontificie opere missionarie in collegamento con la commissione episcopale per le Missioni Estere non mirano solo a promuovere le offerte materiali, ma a formare lo spirito missionario dei cristiani di Francia e me ne rallegro. Questo slancio missionario non può sorgere e portare frutti se non partendo da una più grande vitalità spirituale, dall'irradiazione della santità. 4. “Il bello esiste perché ci affascini per il lavoro” ha scritto Cyprian Norwid, uno dei più grandi poeti e pensatori che ci ha dato la terra polacca e che ha accolto - e custodisce nel cimitero di Montmorency - la terra francese... Ringraziamo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo per i santi. Ringraziamo per santa Teresa di Lisieux. Ringraziamo per la bellezza profonda, semplice e pura, che si è manifestata in lei alla Chiesa e al mondo. Questa bellezza incanta. E Teresa di Lisieux ha un dono particolare per affascinare con la bellezza della sua anima. Anche se sappiamo che tutta questa bellezza fu difficile e che è cresciuta nella sofferenza, non cessa di rallegrare col suo fascino particolare gli occhi delle nostre anime. Ella affascina dunque, questa bellezza, questo fiore di santità che è cresciuto su questo suolo e il suo fascino non cessa di stimolare i nostri cuori a lavorare: “Il bello esiste perché ci affascini per il lavoro”. Per il lavoro più importante nel quale l'uomo apprende a fondo il mistero della sua umanità. Egli scopre in se stesso che cosa significa aver ricevuto “uno spirito di figlio adottivo”, radicalmente diverso da “uno spirito di schiavo”, ed egli comincia a gridare con tutto il suo essere: “Abbà! Padre!” (cf. Rm 8,15). Con i frutti di questo magnifico lavoro interiore si costruisce la Chiesa, il regno di Dio sulla terra nella sua sostanza più profonda e più fondamentale. E il grido di “Abbà! Padre!” che risuona largamente in tutti i continenti del nostro pianeta, ritorna così con la sua eco nella clausura carmelitana silenziosa a Lisieux, vivificando sempre di nuovo il ricordo della piccola Teresa, la quale, con la sua vita breve e nascosta ma così ricca, ha pronunciato con una forza particolare “Abbà! Padre!”.Grazie a lei, la Chiesa intera ha ritrovato tutta la semplicità e tutta la freschezza di questo grido, che ha la sua origine e la sua sorgente nel cuore di Cristo stesso. |
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Nei giardini vaticani il Papa Pio XI di v.m. volle collocare una statua di santa Teresa del Bambin Gesù, Patrona delle Missioni. Lo stesso Papa dispose poi che si incidessero sul basamento della medesima statua le seguenti parole in francese, così come uscirono dalle labbra e dal cuore della grande santa Carmelitana: "J'aime l'Eglise ma mère", amo la Chiesa mia madre. In realtà, la breve frase esprime bene tutta la spiritualità di questa grande figura della santità. Non per nulla il Papa Giovanni Paolo II ha voluto dichiararla Dottore della Chiesa. È vero, ella non ha conseguito un dottorato accademico in una Facoltà teologica, ma sui nudi banchi della Cappella del Carmelo di Lisieux ottenne un dottorato sapienziale, che poi ha messo a servizio della Chiesa del mondo intero. "Amo la Chiesa mia Madre", è il messaggio che ella ripete oggi anche a noi, invitandoci a guardare alla Chiesa come ad una Madre e a coltivare verso di lei quegli stessi sentimenti che un figlio nutre verso chi gli ha dato la vita e l'ha educato con amore. 1. L 'amore alla madre Questo è anche il messaggio che io oggi vorrei lasciare a tutti voi, professori ed alunni della Pontificia Università Salesiana. Stamane voi siete venuti alla Basilica di San Pietro in devoto pellegrinaggio giubilare e presso la tomba dell'Apostolo avete espresso il vostro impegno di rinnovamento spirituale, inserendovi nella grande corrente di grazia che sta percorrendo la Santa Chiesa di Dio, all'alba del Terzo Millennio cristiano. A nome del Santo Padre, io vi saluto di cuore e vi dico tutta la stima e l'affetto con cui il Papa Giovanni Paolo II segue il cammino della vostra benemerita Istituzione. Personalmente sono poi molto lieto di essere io a portarvi la Benedizione del Successore di Pietro. Fin dalla mia gioventù, ho sempre seguito con profonda ammirazione l'opera che svolgono i Salesiani nei vari campi dell'apostolato. Sono, infatti, nato a pochi chilometri da Castelnuovo Don Bosco, la patria del grande Santo che tanto ha contribuito al rinnovamento dell'apostolato della Chiesa nei tempi moderni. In contatto con tante belle figure di figli spirituali di Don Bosco, ho anch'io ricevuto molto da loro. I loro nomi sono scolpiti nel mio cuore, in segno di profonda gratitudine. Ben volentieri oggi sono venuto in mezzo a voi, per portarvi anche il mio saluto personale ed invitarvi ad amare la Chiesa così come si ama la propria Madre. 2. La maternità della Chiesa In realtà, la Chiesa è nostra Madre perché ci ha generato alla vita e perché non cessa di alimentarci e di accompagnarci nel progredire del nostro cammino. La Chiesa è nostra Madre perché ci ha dato e continua a darci Gesù, nostro Salvatore. Il Salmista guardava verso Sion e vedeva una Madre delle genti, si che davvero egli poteva dire legittimamente che tutti là erano nati. " Gloriosa dicta sunt de te, civitas Dei!... et de Sion dicetur: hic et ille natus est in ea " ( Sal 86 [87], 3-5). Anche oggi la Chiesa è sempre Madre. La forza di generare nuovi figli non si affievolisce. Lungi dal ripiegarsi su se stessa, la Chiesa guarda al mondo, accogliente e serena. E quando il suo compito materno appare non solo immenso, ma impossibile e scoraggiante, tanto più essa confida nel suo Sposo (cfr Henri de Lubac, op. cit., pag. 9). A volte succede che i figli possono dimenticare o, addirittura, giungere a schiaffeggiare la propria madre. Ma questa continua ad amarli e a seguirli. È questa la sua grandezza. 3. La dottrina patristica Il concetto di Chiesa-Madre era frequente nei Padri della Chiesa primitiva. Ricordo che, come giovane sacerdote, lessi quel libro della nota collana " Unam Sanctam " delle Edizioni Du Cerf di Parigi, dal titolo " Ecclesia Mater " (Karl Delahaye - Ecclesia Mater chez les Pères des trois premiers siècles - Paris 1964), con la prefazione del Padre Congar, O.P. L'autore, dopo aver spiegato il valore dell'immagine della Madre e la sua radice biblica, passa ad esaminarne l'applicazione che vi diedero i Padri dei primi tre secoli della Chiesa fino ad Origene e Cipriano, prima ancora dei grandi Padri dell'epoca classica, quali furono un sant'Ambrogio, un sant'Agostino, un san Giovanni Crisostomo. Il libro citato passa così in rassegna la visione della Chiesa del Pastore di Erma, di Ireneo, Ippolito, Tertulliano, fino a giungere alla grande affermazione di san Cipriano: "Non può avere Dio come Padre, chi non ha la Chiesa come Madre" - " Habere non potest Deum patrem qui ecclesiam non habet matrem " ( De unitate Ecclesiae , cap. 6). Ed è questa una Madre che ci dà la vita, che ci nutre con il suo latte e ci anima con il suo spirito (" illius foetu nascimur, illius lacte nutrimur, Spiritu ejus animamur " - Ibidem , cap. 5). E proprio nell'Africa del Nord, in iscrizioni dei tempi di san Cipriano, troviamo l'accenno alla Chiesa-Madre in due luoghi caratteristici, nei battisteri e sulle tombe. Nel Battistero la Chiesa si presenta come Madre perché ivi dà la vita al catecumeno; nella tomba perché in quel luogo la Chiesa-Madre accoglie il cristiano fra le sue braccia, al termine del pellegrinaggio terreno. Una lapide sepolcrale del tempo del Vescovo san Cipriano dice appunto cosi: "Marco, piccolo figlio mio diletto, tu ormai sei presso i tuoi fratelli beati... Ritornando alla casa del Padre, la nostra Santa Madre Chiesa ti ha preso con amore nelle sue braccia!" ( Dictionnaire d'Archéologie chrétienne et de liturgie , Paris, IV, col. 22 36-22 38). Durante la preparazione della mia tesi di laurea in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, dovetti leggere gran parte degli scritti di san Giovanni Crisostomo e mi rimase sempre scolpita nella mente la dottrina ecclesiologica di quel grande Padre della Chiesa d'Oriente. Nel corso degli anni successivi mi avvicinai poi di più alla lettura delle opere di Sant'Agostino. E li davvero ognuno trova sempre una miniera a cui attingere in ogni campo della dottrina cristiana. Ultimamente mi ha molto edificato la lettura di un aureo libretto pubblicato dall'Editrice Città Nuova: " Sant'Agostino - La Chiesa da Eva alla Città di Dio " - Roma 2000). In Agostino il tema della Chiesa-Madre si arricchisce con il confronto con la maternità di Maria, che è feconda pur rimanendo vergine. "Quanto Maria meritò di conservare nel corpo, la Chiesa lo conserva nel cuore; la differenza è che Maria partorì un solo figlio, la Chiesa ne partorisce molti, da riunire però in unità tramite quell'unico figlio di Maria" ( Sermone 195, 2). Questa visione dei Padri ha poi permeato la dottrina ecclesiologica fino ad oggi, portando i credenti a scoprire e ad amare sempre più la Chiesa di Cristo. 4. Madre dei Santi Nel corso dei secoli, la Chiesa è stata poi una Madre feconda di figli che sono giunti anche alle vette più alte della santità. Giustamente nel Simbolo apostolico proclamiamo la nostra fede nella "santa" Chiesa cattolica. Essa come Madre feconda ha generato ed educato molti figli, portandoli anche al traguardo della santità eroica. Così la esaltò il grande Alessandro Manzoni nella sua bella poesia dedicata alla Pentecoste, per celebrare la potenza santificatrice dello Spirito nella Santa Chiesa. Rivolgendosi ad essa, così il Manzoni esclamava: "Madre de' Santi; immagine / della città superna; / del Sangue incorruttibile / conservatrice eterna; / tu che, da tanti secoli, / soffri, combatti e preghi; / che le tue tende spieghi / dall'uno all'altro mar". I teologi ci hanno ben spiegato come la Chiesa sia santa, nonostante sia composta di peccatori. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ha recentemente sintetizzato tale dottrina in alcune brevi pagine, illustrando l'art. 9 del Simbolo apostolico, e cioè "credo nella Santa Chiesa cattolica" (nn. 823-829). Sì, noi crediamo che la Chiesa è indefettibilmente santa. Unita a Cristo, è da lui santificata e per mezzo di lui diventa anche santificante. In forza di questo suo potere santificante, raggiunge ogni suo membro, lo purifica e lo trasforma. Diceva già il Papa Paolo VI di v.m. nel suo "Credo del popolo di Dio": " La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l'irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli, con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito" ( Ibidem , n. 19). 5. Madre di figli peccatori L'anno scorso, ho letto con grande gaudio interiore un bell'articolo che su tale argomento scrisse il vostro professore Don Angelo Amato nella pubblicazione " Dilexit Ecclesiam - Studi in onore del prof. Donato Valentini " - Roma, Libreria Ateneo Salesiano, 1999. L 'articolo è intitolato: " La Chiesa santa, madre di figli peccatori. Approccio ecclesiologico ed implicanze pastorali" ( Ibidem , pagg. 425-445). Ivi sono ben descritti i fondamenti biblici della santità della Chiesa, che le viene comunicata da Cristo per mezzo del suo Santo Spirito. È una santità che non è solo una nota ornamentale, ma è una caratteristica essenziale della Chiesa, una caratteristica che preesiste ad ogni merito e ad ogni acquisizione di santità dei fedeli. È quella santità originaria che i teologi chiamano santità oggettiva, mentre la santità dei cristiani è denominata come santità soggettiva. Credere nella Chiesa santa è, quindi, credere in questa Chiesa sacramento di salvezza, sempre animata dallo Spirito che ne è l'anima vivificante. È però fuori dubbio che la Chiesa comprende nel suo seno tutti noi peccatori, che a volte resistiamo all'opera della grazia. Sant'Ambrogio usò a tale proposito la celebre frase: la Chiesa è "immaculata ex maculatis", immacolata anche se i suoi membri sono sovente macchiati dal peccato. È questo l'insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II che nella Costituzione " Lumen gentium " ci parla di una Chiesa "indefettibilmente santa" (n. 39), ma anche di una Chiesa "sempre bisognosa di purificazione", "simul sancta et semper purificanda" (n. 8). 6. Una Chiesa da amare Di fronte a questa Chiesa di Cristo, che ci ha generato alla vita di grazia ed ora ci accompagna sul nostro cammino, perdonandoci dai nostri peccati e spronandoci sulla via della santità, ogni cristiano è portato inevitabilmente a dimostrarle il suo amore. È l'atteggiamento naturale del figlio verso la madre. Negli ultimi anni della sua vita, il compianto Card. Anastasio Ballestrero, Arcivescovo di Torino, ci lasciò un suo bel libro dal titolo " Questa Chiesa da amare " (Piemme, Casale Monferrato 1992). Con il suo noto atteggiamento sapienziale, egli ci presentava una Chiesa non solo da credere, ma anche da amare. "Amiamo la Chiesa - egli scriveva - di un amore profondamente teologale, motivato dalle ragioni trascendenti che la fanno una, santa, cattolica ed apostolica, e dalle ragioni di incarnazione che la rendono immagine del Verbo incarnato, il quale l'ha voluta fatta di uomini intrisi di storia umana, quella storia che ha fatto di lui un crocifisso e di noi dei salvati" ( Ibidem , pag. 148). Il benemerito Pastore d'anime soggiungeva poi che amare la Chiesa non vuol dire soltanto amare il suo mistero, in cui noi crediamo, ma significa amare l'istituzione incarnata che vediamo, condividendone i gesti di ogni giorno, i gesti di una Chiesa che insegna, di una Chiesa che santifica, di una Chiesa che guida nella carità. L'amore alla Chiesa porta così ad amarci fra di noi, sue membra, stando bene insieme, guardandoci con simpatia ed amicizia, perdonandoci ed aiutandoci a vicenda. Gesù aveva detto: "dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore" ( Mt 6, 21). Ora se il nostro tesoro è Cristo, nostro tesoro sarà anche il suo Corpo Mistico che è la Chiesa. Ad essa andranno i nostri pensieri ed i nostri affetti, come verso quel polo magnetico che indirizza la nostra vita. 7. Un Papa da amare L'amore alla Chiesa porta inevitabilmente il cristiano a coltivare un amore privilegiato verso colui che Cristo volle a capo della Comunità dei credenti. Amando la Chiesa , certo, si amano tutti i suoi membri, ad iniziare da quelli che più soffrono, fino a quelli che più hanno bisogno di aiuto. Amando la Chiesa , si amano però anche in modo particolare tutti coloro che assicurano la struttura e l'unità di questo Corpo Mistico. E, fra questi, in primo luogo vi è certo il Successore di Pietro. L'amore alla Chiesa diventa così amore al Papa, con quell'effusione tipica che era propria dei Santi, di una santa Caterina da Siena, che giungeva a chiamare il Papa come il "dolce Cristo in terra". Parlando a studenti di una Università Salesiana, mi viene spontaneo ricordare a tale riguardo l'esempio lasciatoci da Don Bosco. Vi è tutta una fioritura di studi sulla linea seguita dal santo a tale riguardo, specialmente nei rapporti con Pio IX. Tempo fa lessi anch'io un interessante articolo di Don Arnaldo Pedrini, S.D.B., intitolato "Pio IX e Don Bosco" (Rivista " Pio IX " - Studi e ricerche sulla vita della Chiesa dal Settecento ad oggi - Città del Vaticano 1994, pagg. 251-265). Tanta era la devozione che Don Bosco aveva per il Papa, che in una lettera scritta da Roma a Don Rua l'8 giugno 1877 esclamava: "Roma è capitale del mondo in senso letterale. Pio IX è la prima meraviglia di questo secolo..." (M.B. XIII, 135). Ai tempi di Don Bosco la situazione politica a Torino era molto tesa, ma egli ripeteva ai vari Ministri che incontrava: "Sappia, Eccellenza, che in ogni cosa io sono con il Papa" (M.B. IX, 483). Ed ai suoi primi collaboratori egli amava ripetere: "Qualunque fatica è poco, quando si tratta della Chiesa e del Papa" (M.B. V, 577). E di tale attaccamento al Successore di Pietro diede prova concreta, quando ebbe la notizia che il Papa Pio IX aveva dovuto lasciare Roma e fuggire a Gaeta, a causa della proclamazione della Repubblica Romana. Don Bosco volle allora organizzare una colletta a favore del Papa, raccogliendo fra i giovani dell'Oratorio 33 Lire ed inviando poi alcuni di essi a Gaeta per portare l'obolo al Papa esule e bisognoso d'aiuto. Il Card. Antonelli, Segretario di Stato, incaricherà poi il Nunzio Apostolico a Torino di ringraziare Don Bosco per questo gesto di amore concreto. Questo è, infatti, lo stile dei Santi. 8. Conclusione Il Cardinale Segretario di Stato ha poi fatto alcune considerazioni sul dovere del senso ecclesiale che deve animare ogni credente e sul vero concetto di rinnovamento nello spirito del Grande Giubileo, terminando così: Questa è la Chiesa nostra Madre, quale appare di fronte a noi in quest'ora storica del suo pellegrinaggio terreno. In suo onore, dovremmo innalzare a Dio un inno di lode, come hanno fatto tanti cristiani nel corso dei secoli. Lo storico Hugo Rahner ci ha dato una raccolta di tali testi nel suo libro: " Mater Ecclesia. Inni di lode alla Chiesa tratti dal primo millennio della letteratura cristiana " (Milano 1972). Insieme all'invito a lodare Dio, vorrei infine lasciarvi un ricordo di questo nostro incontro. È il ricordo che il compianto Decano della vostra Facoltà di Teologia, Don Giuseppe Quadrio, S.D.B., morto in concetto di santità, lasciava ai suoi alunni il 28 giugno 1957, al termine dell'anno scolastico: "Miei fratelli, ho finito! Dimenticate, vi prego, il mio volto e la mia voce, che troppo a lungo avete dovuto quest'anno sopportare, ma non dimenticate la parola di Paolo, che vi lascio come estremo Messaggio: "Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei". Se l'effetto delle mie troppe e troppo povere parole di quest'anno avessero ottenuto di accrescere in uno di voi l'amore per la Chiesa , io sarei sommamente pago e orgoglioso. Se a un povero uomo come me fosse lecito pensare a un motto da incidersi sulla mia tomba, io sarei estremamente orgoglioso se, con qualche verità, si potesse scrivere sulla pietra del mio sepolcro: "Ha amato la Chiesa ": " Dilexit ecclesiam ". Sia comunque davvero questo l'anelito supremo di tutta la nostra vita: amare la Chiesa come la ama Cristo" (cfr " Il Cuore e la Chiesa " in Don Giuseppe Quadrio, Roma, LAS 1993, pag. 118). Questo è anche il mio augurio per tutti voi in questo Grande Giubileo del 2000. |
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