di Silvio Longobardi

I poveri non possono aspettare

Bisogna aver fatto molto per capire che non si è fatto abbastanza”, così scriveva negli anni ’50 del secolo scorso Raoul Foullereau, giornalista e scrittore, che ha dedicato tutta la vita a combattere la lebbra, convinto che essa era il frutto dell’ingiustizia che mantiene tanti popoli in una condizione di sottosviluppo. Foullereau era francese di origine ma si considerava – ed effettivamente era – cittadino del mondo, un uomo che considera ogni terra e ogni popolo come sua patria. La vita e la testimonianza di uomini come lui sono una spina nel fianco per quanti hanno deciso di chiudere gli occhi sulle povertà di questo nostro tempo.

Il cristianesimo ha generato una nuova coscienza di responsabilità, ha messo nell’uomo il desiderio di costruire una storia in cui la solidarietà e la giustizia hanno un posto decisivo. Nel suo celebre viaggio in Cile nel 1987, quando il Paese sperimentava ancora la dittatura di Pinochet, Giovanni Paolo II disse con tutta quella forza che aveva la sua voce: “I poveri non possono aspettare!”. Era una denuncia e un invito. La speranza che nasce dalla Pasqua non è una vaga promessa ma una profezia che attende di farsi carne attraverso l’azione, la disponibilità e il sacrificio di quanti hanno a cuore il bene dell’uomo.

Essere cristiani vuol dire anzitutto aprire gli occhi e guardare il mondo e le persone con lo sguardo compassionevole di Cristo che da tutti si lascia interpellare. La fede non solo apre gli occhi e il cuore, ma dona anche il coraggio di intervenire nelle situazioni che appaiono umanamente più difficili. Le sfide della povertà sono tante e tali da generare una sorta di rassegnazione. Chi crede invece sa che non può tirarsi indietro, l’amore per i più poveri è la misura del giudizio ultimo, quello decisivo.

Essere cristiani vuol dire riconoscere che la storia non può camminare sui sentieri dell’indifferenza. Vuol dire anche decidersi, allargare la tenda della solidarietà. Qualche anno fa mi chiamarono dalla Caritas di Napoli per chiedermi di dare accoglienza ad alcune giovani donne che avevano avuto il coraggio di sottrarsi alla schiavitù della prostituzione e di denunciare i loro protettori. Era un rischio. Ma compresi che non potevamo rifiutare. Era necessario premiare il coraggio di chi aveva deciso di spezzare la catene.

Ogni volta che apriamo le porte della solidarietà sperimentiamo la fatica dell’accoglienza. Non è facile condividere la sofferenza degli altri, portare con loro il peso del male. Chi ama veramente si lascia ferire dal dolore dell’altro. La solidarietà non è un’attività professionale che si può vivere con distacco, ma un’esperienza di condivisione che ci fa entrare nel mondo dell’altro e ci rende una sola cosa con lui. La cosa più difficile è quella di imparare a stare accanto senza pretese, anche quando non riusciamo a rimuovere le cause del disagio.

In una società in cui l’interesse individuale rimane l’unico criterio etico, scegliere la solidarietà vuol dire andare controcorrente. E anche contro quell’istintivo desiderio di stare in pace e di godersi la vita che ciascuno trova in se stesso. Ma se nessuno accende il fuoco come potranno gli altri vedere la luce?