Un Padre e un Maestro
La vita di Giovanni Paolo II è stata profondamente segnata dal dolore. Aveva solo otto anni quando è morta la mamma. Qualche anno dopo è morto anche l’unico fratello, al quale era molto legato, e infine il padre. A diciotto anni era già solo. Quando inizia la giovinezza, il tempo delle scelte, in Europa soffiano venti di guerra. Conosce le atrocità del nazismo. Per diventare sacerdote è costretto a studiare clandestinamente. Dopo la guerra la Chiesa cattolica ingaggia una dura battaglia con il regime comunista. Da sacerdote prima e da vescovo poi Karol Wojtyla vive da protagonista questo duro confronto.
Nel 1978 l’imprevedibile elezione alla sede di Pietro. Accetta con umiltà. Sa di essere solo il vicario di Cristo, gli presta la voce, le braccia, il cuore. Ma la sofferenza è ancora e sempre in agguato: il 13 maggio 1981, 25 anni fa, qualcuno tenta di soffocare nel sangue la sua voce scomoda. Solo un miracolo lo salva. Riprende con fatica e con indomito coraggio il suo ministero. Ma il dolore bussa ancora alla sua porta: dapprima una caduta, dalla quale uscirà per sempre claudicante, e poi la diagnosi del Parkinson che lentamente consuma il suo corpo. Il Papa atleta lascia il posto al Papa sofferente, le parole escono sempre più a fatica ma lo sguardo trasmette una passione per Cristo e per l’uomo che sorprende e commuove anche i più lontani dalla fede. È l’ultima fase della sua vita. Quella in cui la progressiva decadenza fisica s’intreccia con una popolarità che poco alla volta abbatte molti muri costruiti con il pregiudizio.
Quando lo scorso anno Giovanni Paolo II concluse la sua esistenza terrena, molti (e non solo cattolici) hanno avuto la sensazione di aver perso un padre. A distanza di un anno sentiamo che la sua presenza non è meno viva. Queste pagine sono un coro di voci, le parole riescono appena a balbettare qualcosa. La sua complessa e poliedrica personalità dovrà essere a lungo studiata e approfondita. A noi basta riproporre qualche frammento, è un gesto di amore e di gratitudine a colui che per molti anni ci ha guidati con la sua parola e la sua testimonianza.
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Presente a Dio, prima che al mondo, sempre
Davvero arduo e pressoché impossibile cercare di descrivere in poche battute la personalità di un uomo grande che ha segnato la storia degli ultimi decenni. La sua presenza è ancora così viva, i suoi insegnamenti riecheggiano forti, chiari, limpidi come la sua vita, trascorsa in un fiat continuo, sempre protesa ad essere in ogni parte del mondo un segno vivo della presenza del Padre.
Karol Wojtyla, maestro di umanità, instancabile comunicatore, papa protagonista. Milioni di uomini e donne incontrati nella sua vita, che oggi lo ricordano per la sua grande umanità, per il suo linguaggio schietto, diretto, senza enfasi. Un uomo coraggioso, papa Giovanni Paolo II, intorno a lui persone di identità, religioni, culture diverse si sono sentiti un popolo amato e rispettato.
Un uomo di preghiera
Il papa degli innumerevoli bagni di folla, delle piazze stracolme di giovani alle Giornate mondiali della Gioventù, è stato soprattutto un uomo di preghiera, fiero davanti al mondo perché capace di rimanere in ginocchio davanti a Dio. “Pregare è un dono” amava ripetere “non è una costrizione, è una possibilità; non è un peso, è una gioia. La preghiera è il respiro dell’anima”. Bellissima questa immagine della preghiera comparata con il respiro, ne indica la necessità, senza di essa non possiamo vivere, viene meno il legame verticale con il Padre. A questa fonte papa Wojtyla ha continuamente attinto, senza mai stancarsi. Le immagini che i media riportavano durante le celebrazioni più importanti ci rendevano la figura di un uomo profondamente immerso nel mistero. Mi ha sempre colpito l’intensità della sua partecipazione: presente a Dio prima che al mondo. Forse è questa definizione che più mi convince mentre con umiltà e piccolezza guardo alla sua vita: Karol Wojtyla viveva costantemente alla presenza del Padre, continuava ad adorare in pubblico come nella sua cappella privata nel segreto della sua anima Gesù eucaristia.
Davanti all’eucarestia
Tutta la sua missione ha tratto forza dalla preghiera in modo particolare dall’adorazione eucaristica. Questa intima correlazione è ben espressa in un discorso rivolto ad un gruppo spagnolo di adoratori notturni, il 31 ottobre 1983: “L’adorazione è una pratica insostituibile della Chiesa. Voi, adorando Gesù nel Santissimo Sacramento, compite nelle Chiese locali il comando che l’Apostolo ci ha rivolto di pregare senza interruzione (cf. 1 Ts 5, 17), imitando il Maestro che frequentemente trascorreva la notte in preghiera (cf. Lc 6, 12).
” E aggiunge: “La Chiesa ha bisogno di uomini e donne come voi, convinti del valore insostituibile della preghiera e coerenti con il dovere di ogni uomo di rendere gloria a Dio, come premessa indispensabile a qualunque azione che voglia essere proficua per gli altri. Ma non potete limitarvi all’aspetto contemplativo dell’adorazione e della preghiera, perché non sarebbe autentica la vostra orazione, se non fosse accompagnata da un impegno di vita cristiana e di azione apostolica. Solo così risponderete alla chiamata di Cristo che vi invita a collaborare con lui nell’applicazione dei frutti della sua opera redentrice a tutta l’umanità.”
Un anno eucaristico
Dall’ottobre del 2004 all’ottobre del 2005, Giovanni PaoloII proclama per la chiesa un anno eucaristico e sottolinea questa scelta scrivendo nella Lettera Mane Nobiscum, Domine: “Il pensiero di una simile iniziativa eucaristica era già da tempo nel mio animo: essa costituisce infatti il naturale sviluppo dell'indirizzo pastorale che ho inteso imprimere alla Chiesa, specialmente a partire dagli anni di preparazione del Giubileo, e che ho poi ripreso in quelli che l'hanno seguito. L'Eucaristia è il centro vitale intorno a cui desidero che i giovani si raccolgano per alimentare la loro fede ed il loro entusiasmo”.
L’eucarestia per Giovanni Paolo II è la luce che rischiara fin dall’alba la sua vita, “Mistero di luce!” definisce l’eucarestia e in rapporto al momento storico afferma all’inizio dell’anno eucaristico: “Di luce ha bisogno il cuore dell'uomo, appesantito dal peccato, spesso disorientato e stanco, provato da sofferenze di ogni genere. Di luce ha bisogno il mondo, nella difficile ricerca di una pace che appare lontana, all'inizio di un Millennio sconvolto ed umiliato dalla violenza, dal terrorismo e dalla guerra. L'Eucaristia è luce! Nella Parola di Dio costantemente proclamata, nel pane e nel vino divenuti corpo e sangue di Cristo, è proprio Lui, il Signore Risorto, che apre la mente e il cuore, e si fa riconoscere, come dai due discepoli ad Emmaus, nello "spezzare il pane". In questo gesto conviviale riviviamo il sacrificio della Croce, sperimentiamo l'amore infinito di Dio, ci sentiamo chiamati a diffondere la luce di Cristo tra gli uomini e le donne del nostro tempo". Questa luce lo ha accompagnato negli anni segnati dalla sofferenza fisica, negli ultimi giorni agonizzanti, dove il letto del dolore diventava l’altare dove unirsi ancora una volta al sacrificio eucaristico, a quel Gesù tanto amato e servito fino alla fine.
G. A.
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Un popolo che amava particolarmente
Un sacedote burkinabè racconta quanto Giovanni Paolo II abbia fatto per il popolo di cui fa parte.
Per noi Burkinabè, la data del 10 maggio 1980 resterà indimenticabile! Il Papa si è fatto voce di chi non ha voce per lanciare un appello solenne per 9 paesi del Sahel colpiti dalla siccità. Così è nata la “Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel” con sede a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) che finanzia i numerosi progetti di sviluppo dei paesi del Sahel per restituire la dignità ai figli di Dio vittime dei casi della natura.
Il suo amore per il nostro continente è racchiuso oltre che nei suoi viaggi anche nell’esortazione apostolica Ecclesia in Africa pubblicata dopo il 1° Sinodo africano, celebrato nel 1994. Là, si rilegge la storia dell'evangelizzazione, i problemi attuali dell'Africa, la sfida dell'evangelizzazione e dell'inculturazione e tutta la sollecitudine di questo papa per il continente africano.
I suoi numerosi viaggi in molti paesi africani hanno avuto un impatto innegabile nel cuore e nella vita delle persone. L’entusiasmo per l’accoglienza del Vicario di Cristo, ha suscitato numerose conversioni e vocazioni e, a livello politico, a favorito la democratizzazione di alcuni paesi.
Non riusciremo mai ad esprimere l'amore che questo papa ha manifestato verso gli africani, la fiducia che ha posto in essi, la speranza che ha seminato in tutti i loro cuori. Gli siamo tutti riconoscenti e gli saremo sempre debitori per ciò che ha fatto e soprattutto per ciò che è stato per noi! La sua luce spirituale, morale, le sue ferme convinzioni, il suo modo di affrontare la sofferenza ci hanno segnati profondamente!
Tutta la vita del Papa fu per noi una testimonianza dell'amore di Dio per ciascuno dei suoi figli. Il Santo Padre amava tutti… noi africani, lo riconosco, ci amava particolarmente!
Padre Michel Belemgouabga
docente di teologia dogmatica
Seminario di Kuomi (Burkina Faso)
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L'uomo del dialogo
"Nella prospettiva del terzo millennio dobbiamo anche guardare più ampiamente e andare al largo, sapendo che il vento soffia dove vuole". E' il maggio 1986. Giovanni Paolo II presenta la sua enciclica "Dominum et vificantem" in cui annuncia di voler allargare gli orizzonti del suo pontificato al dialogo. Pochi mesi prima, nella basilica di San Paolo fuori le Mura di Roma, concludendo la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, aveva espresso il desiderio di convocare ad Assisi una giornata di preghiera per la pace che "oltrepassando i confini delle singole nazioni e coinvolgendo i credenti di tutte le religioni, giunga ad abbracciare il mondo intero". Una iniziativa ecumenica ed interreligiosa che ha lasciato il segno nella storia del pontificato wojtyliano e non solo. Una giornata, il 27 ottobre, a cui presero parte i rappresentanti di tutte le grandi religioni mondiali. Vi parteciparono 50 rappresentanti delle Chiese cristiane (oltre ai cattolici) e 60 rappresentanti delle altre religioni mondiali.
Un evento storico: per La prima volta si realizzava un incontro come questo per porre l'accento sulla preghiera per la pace, l'uno accanto all'altro, di fronte all'orrore della guerra. Questo è in sé "un invito - disse in quell'occasione il papa - fatto al mondo per prendere coscienza che esiste un'altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla, che non sono il risultato di trattative, di compromessi politici, economici". La convinzione era che "la preghiera e la testimonianza dei credenti, a qualunque tradizione appartengano, può molto per la pace nel mondo". Un appello ascoltato anche dal "mondo": per un giorno intero tacquero le armi.
L'iniziativa si ripete nel gennaio 1993, sempre nella città di san Francesco, nel pieno della guerra dei Balcani con la partecipazione di cristiani, ebrei e musulmani e il 24 gennaio del 2002 dopo l'attentato alle torri di New York.
Ma il 1986 è un anno significativo ed importante per il dialogo. Il 13 aprile l'incontro con gli ebrei di Roma. Mai un papa era entrato in una sinagoga. A salutarlo l'allora rabbino Elio Toaff, l'unica persona citata nel testamento di Papa Wojtyla, e molti ebrei che lo applaudono calorosamente.
Altro appuntamento di particolare interesse la visita al "Muro del pianto" di Gerusalemme, durante il Giubileo del 2000 e l'incontro, il 6 maggio 2001, nella moschea degli Ommayadi di Damasco, primo Pontefice cattolico a mettere piede in un luogo di culto musulmano. In quel tempio, in cui tremila anni fa gli aramei pregavano il dio Hadad, in cui 1.800 anni fa i romani veneravano Giove, in cui per un secolo i cristiani onorarono San Giovanni Battista e in cui da 1.400 anni gli arabi invocano Allah, Wojtyla ha vissuto uno dei momenti più toccanti e significativi dei suoi viaggi in tutto il mondo. Un appuntamento con la storia a cui il Papa non ha voluto mancare, un gesto di dialogo religioso che cadde proprio nel momento in cui la religione, in Medio Oriente, tornava a dividere.
Grande impegno del papa del dialogo anche nel campo ecumenico: "dobbiamo continuare – ha detto incontrato per l'ultima volta la curia romana, il 21 dicembre del 2004 - a percorrere senza esitazione il cammino dell'unità, al quale provvidenzialmente il Concilio Vaticano II ha dato forte impulso". Due momenti, in particolare, hanno riaperto nell'ultimo periodo della sua vita piste di dialogo importanti con il mondo ortodosso: la visita del Patriarca ecumenico Bartolomeo I a Roma, in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo, e la riconsegna dell'icona della Madre di Dio di Kazan' al Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Alessio II, avvenuta tramite una delegazione guidata dal card. Walter Kasper.
E poi, come non ricordare, il 18 gennaio 2000, l'apertura della Porta Santa di San Paolo fuori le Mura che il Papa decise di fare con il Metropolita Athanasios e con l'arcivescovo di Canterbury, George Carey. Un evento al quale parteciparono 22 delegazioni di Chiese cristiane, la maggiore concentrazione di Chiese cristiane dopo il Concilio Vaticano II.
Non possiamo non ricordare ancora le cinque visite in Paesi a prevalenza ortodossa: nel 1999 in Romania e Georgia, nel 2001in Grecia e Ucraina e nel 2002 in Bulgaria. Il primo di questi viaggi, quello a Bucarest, il primo in un Paese a maggioranza ortodosso, dal popolo si levò inaspettato un grido rivolto a Giovanni Paolo II e al Patriarca Teoctist: "Unitate, unitate! Unità, unità!", che divenne decisivo nel creare un nuovo clima ecumenico tra il mondo ortodosso e la Chiesa cattolica.
Un gesto coraggioso, invece, lo troviamo nell'Enciclica dedicata da Giovanni Paolo II all'impegno ecumenico, "Ut unum sint" del 1995.
"Quale Vescovo di Roma so bene - scrive - che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito, è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l'aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova".
Questi episodi raccontano di Giovanni Paolo II aperto al dialogo e fautore della pace, come è stato più volte ricordato, che non ha esitato a chiedere perdono, in più occasioni, per gli errori storici della Chiesa e dei suoi uomini e per il male che in nome di Cristo, nella storia, è stato fatto contro singoli, comunità e appartenenti ad altre religioni.
Un grande risultato nel dialogo ma anche qualche amarezza, e non di poco conto, come il mancato viaggio a Mosca, per le difficoltà di ricostruire, nonostante molti tentativi, i rapporti con la Chiesa Ortodossa Russa e la situazione difficile dei cattolici in Cina.
Raffaele Iaria
Vaticanista freelance
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Ha guidato il popolo della vita
Giovanni Paolo II non ha mai taciuto, è sempre stato un baluardo a difesa della vita nascente anche proferendo parole scomode in situazioni storiche difficili. Lo ha fatto 25 anni fa, in occasione del referendum sull’aborto, quando le sue parole hanno infranto l’imbarazzante ignavia di chi non sapeva dove schierarsi. Il Movimento della Vita Italiano deve molto a Giovanni Paolo II, e in quest’intervista a Carlo Casini, Presidente del Movimento, ne scopriamo i motivi.
Cosa ha significato Giovanni Paolo II per la tua vita e per quella del movimento?
Moltissimo. Per la vita del movimento è stata una risorsa straordinaria, lui è stato il Grande Protettore del Movimento. Durante il suo pontificato la vita nascente è stata al centro del suo magistero. Quando nel 1981 c’è stato il confronto referendario sull’aborto, il Movimento per la Vita si è trovato a guidare un esercito debole e ingenuo, però abbiamo trovato in Giovanni Paolo II un coraggioso testimone che nonostante le timidezze della sua chiesa non ha avuto difficoltà ad esporsi. Noi ci siamo trovati sempre in sintonia, e credo che l’Evangelium Vitae sia il testo base su cui in futuro si dovrà costruire la cultura della vita.
Quando è morto ho avuto la sensazione di perdere una persona di famiglia, un padre vero, non mi vergogno a dire che mi sono trovato in lacrime più volte, pur sapendo che doveva avvenire. È stato come un punto di riferimento, una certezza. L’ho incontrato molte volte e la cosa che mi ha più stupito è che sempre lui mi ha detto grazie, anche al Movimento per la Vita, ed è stata una frase che mi ha sempre molto turbato perché in realtà siamo noi che dobbiamo ringraziare lui.
Giovanni Paolo II negli ultimi giorni prima di morire ha voluto lasciare un pensiero al Movimento per la Vita…
Si, questa è una cosa indubbiamente commovente. È un assegno di 25mila euro che mi è pervenuto con una lettera del Segretario di Stato, Mons. Sandri , proprio il 29 marzo. In questa lettera si direbbe che il Santo Padre ha inviato questo aiuto per dimostrare vicinanza al Movimento e per aiutare le opere del Movimento. Noi abbiamo destinato questi 25mila euro a dieci mamme in difficoltà attraverso il Progetto Gemma. Quello che mi colpisce è che questo gesto si rivela come l’espressione di un pensiero di un papa che ormai sapeva che la sua fine era prossima e che ha voluto lasciarci questo ricordo. Questa è una cosa davvero commovente che ci deve spronare ad essere all’altezza di questo grandissimo papa.
Insomma, come un padre che ha lasciato parte della sua eredità ai sui figli…
Si, ma sicuramente la sua eredità più grande è il suo pensiero, però anche questo pensiero, questa “carezza economica” mi pare che debba essere presa in adeguata considerazione.
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